CARLO FABRIZIO CARLI - (Critico d'arte) - Presentazione in catalogo della mostra "My World" - Agosto 1999 - Fiuggi

Ho conosciuto Pier Augusto Breccia - voglio dire: il suo mondo pittorico- una decina di anni fa, grazie ad una mediazione illustre, quella di Rosario Assunto, filosofo insigne e quanto mai raffinato studioso di estetica, appassionato ricercatore della bellezza nei campi più svariati: dalla letteratura all'architettura, dal giardino alla pittura. Fu lui, che negli ultimi anni di vita mi onorava della sua amicizia, a parlarmi della pittura di Breccia con quel trasporto e quell'acutezza interpretativa che sottendono anche le dense e partecipi pagine da lui redatte per l'introduzione al monumentale volume "Animus- Anima": opus magnum che l'artista diede alle stampe nel l992, dopo oltre due anni di scrupolosa ed attenta riflessione sul proprio lavoro.Trovandomi ora felicemente coinvolto nella presentazione del secondo opus magnum di Breccia - "L'Altro Libro: il linguaggio sospeso dell'autocoscienza" - la sopravvenuta conoscenza personale dell'artista e l'ulteriore possibilità che mi è stata offerta di analizzare i suoi scritti e la sua pittura mi consentono di formulare alcune riflessioni, utili - credo - a chi intenda meglio accostarsi ai dipinti e ai disegni che costituiscono il corpus della sua opera. Uno scritto autobiografico contenuto nel libro - "Le radici dell'ulivo" - mi ha aiutato, ad esempio, a mettere meglio a fuoco quella "conversione" dalla cardiochirurgia alla pittura che lascia stupiti, se non interdetti, un po' tutti coloro che, per diverse ragioni, si trovano ad apprendere, o a dover commentare, le vicende biografiche dell'artista.  In realtà questa vocazione umanistica era "nuova" solo fino ad un certo punto. Nel testo letterario appena citato Breccia ci parla, infatti, della fascinazione adolescenziale operata su di lui dalla poesia antica e in particolare dalla mitologia greca: entrambe accostate dapprima attraverso quelle sillogi così importanti nell'adolescenza di molti di noi, e poi direttamente mediantelo studio dei testi originali. ..
traduttore in versi italiani, a 17 anni, dell'"Antigone" di Sofocle e del  "Prometeo incatenato" di Eschilo (traduzioni pubblicate da Signorelli): insomma, ce n'era a sufficienza per assicurare, anche al di là della futura professione medica, il sempre possibile ricongiungimento dell'uomo-Breccia a quel mondo di miti e di poesia che aveva rappresentato per lui una premessa culturalmente indelebile ed immaginativamente sempre viva ed operante.... Da ciò discende il carattere di pittura "alta", "colta", che i dipinti di Breccia a prima vista trasmettono, anche se nel senso più libero ed autonomo della parola, rispetto alle più comuni accezioni citazionistiche, anacronistiche, neomanieriste.
... Altro aspetto è la singolarità delle sue opere: una singolarità che lascia interdetti, ancor più che i semplici osservatori, proprio i critici di professione, quando essi tentano di inquadrare l'opera di Breccia nel pur variegatissimo spettro delle genealogie e delle tendenze dell'arte contemporanea, a scopo non di puro e semplice esercizio accademico, ma per un approccio il più corretto possibile nei confronti dell'artista e della sua pittura. Perchè, incontestabilmente, la sua pittura è "moderna", pur nell'evidente rigorosità della scelta figurativa. Nè, d'altra parte, Breccia insegue improbabili revivalismi storicistici. Così come è "moderno" a tutti gli effetti, ed assolutamente originale, il quadro speculativo a cui egli fa costantemente riferimento.
A volte, osservava già Rosario Assunto, certe ambientazioni e atmosfere rinviano vagamente alla Metafisica dechirichiana. Ma le assonanze si arrestano a questo punto, e una traccia di tal genere non sembra davvero condurre lontano.    Ancora: il ricorso di Breccia a talune "architetture impossibili" riporta la memoria al mondo fantastico di Escher, alle sue tassellazioni e all'illusionismo delle sue geometrie. Ma pure a tale riguardo le differenze risultano molteplici e sostanziali. In particolare, è del tutto estraneo a Breccia quel matematismo immaginario - tipo "nastro di Moebius", tanto per intenderci - tipicamente escheriano. Dunque anche questa è, in fondo, una pista ingannevole.
Piuttosto è lecito parlare di affinità con il Surrealismo: circostanza avvalorata, oltretutto, dallo stesso Breccia che a proposito della propria pittura, già nel 1981 coniò la suggestiva definizione di "Surrealismo antitetico": forse proprio perchè del Surrealismo comunemente e storicamente inteso il nostro artista ci offre, di fatto, continue e cospicue smentite. Se il Surrealismo celebra l'affermazione dell'istintività sul controllo razionale, il lavoro di Breccia attesta invece il suo più rigoroso registro speculativo e ideativo. Se il Surrealismo significa la vittoria dell'informe sulla forma, Breccia è, al contrario, incardinato nell'opzione della più scrupolosa definizione formale.
Se il Surrealismo significa l'emergere delle pulsioni erotico-sessuali, Breccia imprime alle proprie composizioni e alle proprie figure un carattere di marcata spiritualità. Se Surrealismo significa affermazione delle tematiche psicoanalitiche ed enfatizzazione dell'inconscio, Breccia è lì a ribadire il suo scarso interesse alla psicanalisi, e persino a quella di marca junghiana.... "Senza la grazia dell'immaginazione creativa" - egli afferma in un'intervista  - "l'inconscio non avrebbe la spinta necessaria per la realizzazione di un qualsiasi mio quadro. E l'immaginazione creativa, nella sua gratuità, è per me un vero e proprio strumento di conoscenza trascendentale, o, meglio ancora, di rivelazione di quel Sé, o di quell'Oltre, la cui cifra perennemente significabile sottende l'apparente finale chiarezza del nostro Io individuale, tanto conscio che inconscio."    Con questo genere di affermazioni, coerentemente e costantemente testimoniate dalla "cifra" delle sue composizioni pittoriche, Breccia si colloca dunque in una posizione per la quale la sua pittura può intendersi come il territorio di frontiera fra Verità e Immaginazione …..

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