FRANCESCO MARIA DELLA CIANA - (Docente, giornalista, critico d'arte) - Presentazione in catalogo della mostra "Anatomie della coscienza" - Agosto-Settembre 2000 - Orvieto

Ebbi la fortuna di conoscere Pier Augusto Breccia e la sua pittura quando, essendo io ancora un giovanissimo cultore di studi umanistici, mi capitò, nell'ottobre 1988, di visitare una sua mostra - una fra le prime di una ormai lunga e brillante carriera artistica internazionale - proprio in Orvieto: la mia città e, per radici paterne, un po'anche la sua. Dico "ebbi la fortuna", perchè quell'incontro contribuì non poco alla mia personale formazione culturale in campo artistico e filosofico, nonchè alla mia successiva maturazione nel senso più compiutamente spirituale.
Proprio così: perchè fin dal suo primo apparire la pittura di Breccia si è costantemente distinta per l'esser veicolo estetico di quella Sapienza che ciascuno di noi, guardandosi dentro, può riconoscere in sé come momento fondante della propria spiritualità.
Quei primi quadri ch'io vidi mi apparvero subito come finestre spalancate sull'oltre: un oltre la cui dimensione universale, per quanto inquietante, non annullava affatto, ma anzi riconfermava, la mia personale identità, autenticandola con il sigillo di appartenenza ad una Specie-Uomo il cui spirito (intelletto e volontà) è operante in ciascuno di noi, ed il cui speciale rapporto con Dio dà senso, oltre che garanzia, al nostro agire e al nostro pensare individuali.La pittura di Breccia - che sarebbe sciocco, oltre che vano, cercar di inquadrare nell'ambito dei vari movimenti dell'arte contemporanea - è specchio nitidissimo, pur se cifrato, di questo continuo e paradossale rapporto tra le certezze dell'Io e l'enigmaticità delle sue radici coscienziali. Mentre quelle sembrano andare in frantumi di fronte all'arcano dell'Uomo, queste si reimpiantano di fatto su basi ancora più certe e più solide nel loro legame
sempre-ultimo e mai-ultimo con il Mistero dell'Essere al di là della Specie. Tutto ciò si avverte, senza alcun bisogno di mediazioni speculative, nel gioco linguistico - puramente estetico - delle composizioni pittoriche: in ciascuna delle quali l'apparente chiarezza dell'immagine, puntigliosamente definita fin nei minimi particolari, trapassa con assoluta naturalezza da un estremo realismo ad una delirante visione onirica, per risolversi infine in uno spazio mentale, o in un luogo ideale, dove sia la realtà che il sogno cedono il passo alla cifra rivelatrice della Verità. Per Breccia, infatti, e per quanti ne hanno attentamente seguito - almeno in Italia - l'itinerario artistico-culturale attraverso l'itinerario artistico-culturale attraverso le
esposizioni e gli scritti, il linguaggio dell'arte è linguaggio di Rivelazione: tanto nel senso più genericamente antroposofico che in quello più segnatamente e cristianamente religioso. L'immaginazione creativa è per lui - alla maniera di Fichte - lo strumento principe per l'inverarsi di tale linguaggio. Dunque egli non ha bisogno di modelli o di suggestioni esteriori alla sua stessa coscienza, nè fa ricorso a manierismi di tipo accademico o a schemi culturali più o meno "di moda" nel mondo che lo circonda. Pur essendo di fatto un uomo di cultura (come si desume peraltro dalla sua biografia) e pur essendo dotato di una tecnica pittorica a dir poco sorprendente, la sua non è una "pittura colta" nè tantomeno una pittura che intende stupire per i propri virtuosismi. Le sue tematiche esistenzial-metafisiche, così come il suo stile, sono piuttosto il frutto di una straordinaria immaginazione creativa che non si è mai lasciata ingabbiare nè da schemi ideologici nè da moduli compositivi. Da più di vent'anni ormai la sua pittura continua a crescere su se stessa e da se stessa, rincorrendosi e superandosi volta per volta sia nelle invenzioni formali che nelle proposte ideali, a testimoniare così, nell'urgenza del proprio dinamismo espressivo, quelle dimensioni di Eterno e di Infinito di cui pure i suoi prodotti ci parlano in termini di pacata esegesi.
Ho avuto modo altre volte di riflettere e di scrivere su questo artista così poco "ortodosso" e sulla sua pittura "senza nome", il cui unico vero nome è quello dell'autore. Pur cercando di cogliere e di sottolineare, in ogni occasione, la specificità dei temi emergenti dalle opere e la peculiarità delle loro forme compositive, ho sempre avuto, infatti, la sensazione di trovarmi di fronte a qualcosa di mai definitivamente significabile. E ciò piacerà sicuramente a Breccia, convinto assertore di un'
ontologia della significabilità come risposta risolutivo-interrogativa alle nostre domande sull'Essere di noi stessi, del nostro mondo e del nostro universo.

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