Epistemologia ed
Ermeneutica

"Non ci sono fatti, solo interpretazioni"Nietzsche (1885-87, framm. n. 7)

...nel momento stesso in cui la ragione fosse tentata di dissolvere l'essere nel nulla, il soggetto potrebbe recuperarlo irrazionalmente per riproporselo come perenne apertura (termine heideggeriano) su ulteriori orizzonti di significabilità. È questo, appunto, ciò che si intende con la parola "ermeneutica"

Il concetto ermeneutico di verità

l'ermeneutica può rappresentare una via d'uscita dalla voragine nichilista, riaprendo il nulla dell'essere a nuovi paradigmi e ad un'ulteriore perenne significabilità, nella poposta poetica di mondi altri, all'interno dei quali sia comunque possibile istituire regole nuove o trovare verità sempre-ultime proprio in quanto mai-ultime.

L'approccio ermeneutico alla verità

Tuttavia l'incontro ermeneutico, per quanto si debba considerare un'esperienza gratuita (non-razionale) di verità, non esime il soggetto da una piena disponibilità e da un eventuale sforzo di volontà nell'aprire la propria coscienza a quell'incontro.
Solo a partire dall'abbandono consapevole di qualsiasi certezza pregiudiziale sull'essere (non, dunque, da un comodo ripiegamento o da una pavida fuga dagli impegni e dalle difficoltà della vita) e dal superamento volontario di ogni resistenza della ragione nei confronti di un possibile nulla, solo da lì il soggetto, fino ad allora dogmaticamente definito dalle regole cosiddette universali del nichilismo tradizionalista, può recuperarsi alla radice autenticamente metafisica di una sua cifra personalmente universale. Una cifra, cioè, che è sua ed esclusivamente sua, ma che ad un tempo condivide la propria significabilità con le cifre dell'intero universo: proprio perché quella cifra non è fatto né cosa, ma semplicemente un significabile aperto a sempre nuove interpretazioni. Al punto che se venisse meno l'attività ermeneutica del soggetto nei confronti della propria cifra personale, il soggetto stesso perderebbe improvvisamente di significato e si troverebbe di nuovo sospeso sull'abisso del nulla. O, peggio ancora, se restasse intrappolato nelle maglie di un'autosignificazione razionalmente esaustiva, sprofonderebbe insieme alla sua verità ultima in quell'abisso nichilista che ha già inghiottito tutte le metafisiche del passato. D'altra parte non è cosa facile, tanto sul piano della riflessione speculativa quanto su quello della vita morale, tenere vivo quell'"Uomo ulteriore" (mi piace tradurre così l'"Übermensch" nietzscheano) o quel "Daimon" socratico che per non perdere il senso di sé è costretto ad un infaticabile continuo esercizio di autosuperamento.
Anche a me si potrebbe obiettare, peraltro, che nel presente tentativo, come già in altri passati, di trasferire la mia esperienza di pittore ermeneutico in un costrutto verbale che la renda discorsivamente percorribile, la mia verità si espone pericolosamente all'inghiottitoio del nulla riservato ad ogni proposizione formalmente dogmatica.
Mi consola la constatazione che un simile rischio viene costantemente avvertito dall'intera comunità ermeneutica del Novecento e, soprattutto, dalla critica filosofica, sempre pronta, per suo preciso dovere, a segnalare ogni pur minimo cedimento dell'ermeneutica alla tentazione metafisica. Ma nel mio caso c'è qualcosa di più. Perché laddove mi capitasse di cadere in una tentazione del genere, potrei chiamare comunque in mio soccorso il prodotto testimoniale di una venticinquennale esperienza vissuta come pittore coerentemente (proprio perché inconsapevolmente) ermeneutico. Un'esperienza, cioè, che si offre in maniera immediata, senza il rischio delle traduzioni verbali, in quell'unico linguaggio - quello dell'arte - al quale la speculazione filosofica del Novecento riconosce il diritto di far uso a pieno titolo dell'aggettivo "ermeneutico".

L'approccio ermeneutico alla verità

...la mia verità si espone pericolosamente all'inghiottitoio del nulla riservato ad ogni proposizione formalmente dogmatica

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